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La serata libera 2


di massimocurioso
12.07.2026    |    1.496    |    4 8.8
"Ci fu un momento di quiete, poi un’altra sequenza di suoni soffocati, più vicini al salotto..."
Qualche sera dopo eravamo a letto, vicini in quella quiete apparente che spesso seguiva i nostri momenti d’amore. Silvia indossava un babydoll leggero e assaporava, pensierosa, il languore del dopo. Io le accarezzavo i seni e la guardavo incantato, mentre nella mente riaffioravano le immagini accumulate negli anni: la giovane donna elegante conosciuta per caso, la moglie luminosa, la compagna desiderata e, sempre più spesso, una figura sfuggente, legata anche a luoghi e persone che non conoscevo. Di lei mi colpivano ancora certi dettagli: il modo in cui sceglieva le scarpe, il gusto per alcuni abiti, la naturale sicurezza con cui abitava il proprio corpo. Evitava quasi sempre scollature profonde, consapevole che, in quel caso, pochi uomini le avrebbero guardato il viso. Preferiva capi discreti ma aderenti, capaci di seguire le forme senza esporle: maglie, gonne a tubo, collant, leggings e soprattutto scarpe. Ne possedeva moltissime, quasi tutte con il tacco.
Avevo capito che, per Silvia, le scarpe non erano un semplice accessorio: erano il modo più immediato con cui esprimeva il proprio stato d’animo. Che indossasse infradito da spiaggia o eleganti décolleté, le portava sempre con passione, gusto ed eleganza; qualità che, da feticista delle scarpe, notai subito. Fu soprattutto questo ad attrarmi la prima volta che la vidi e a impedirmi di odiarla quando mi sottrasse il tavolo al ristorante. Più tardi, fu un tronchetto di pelle marrone a spingermi a invitarla a uscire. Silvia aveva anche senso dell’umorismo: lo capii la prima volta che facemmo l’amore, quando indossò proprio le scarpe del nostro litigio, il giorno di San Valentino, davanti il suo ex. Ricordo ancora la scena: si spogliò e rimase in piedi nella penombra, immobile, lasciandosi ammirare. È un’immagine che, a distanza di anni, continua a eccitarmi e che oggi, dopo tutto ciò che è accaduto, si carica anche del sospetto di una libertà più ampia di quanto avessi immaginato. Quella sera, infatti, tradì il suo compagno con me, usando la stessa seduzione che aveva già intrappolato anche il mio predecessore in quel ristorante.
Dopo aver frugato a lungo nei miei pensieri, provai a dare forma a ciò che mi stava lavorando dentro.
«Ti devo confessare una cosa. La sera in cui sono uscito con gli amici, mentre rientravo, ho visto un ragazzo uscire dal giardino di casa nostra. Era in tenuta sportiva»
Rimase immobile per qualche istante, poi girò la testa e mi guardò con una innocenza che mi uccise, perché era quella di sempre.
«Magari era un ladro, magari ha suonato per sbaglio a casa nostra, e ho costruito intorno a lui la storia che ti ho raccontato»
«O, magari, quello che mi hai detto è tutto vero, e lui era quello che hai incontrato al parco». Non rispose, e ne approfittai per farle una proposta. «Metti che venerdì prossimo io debba rimanere rintanato nello studio a lavorare fino a tarda notte. Il resto della casa sarebbe disponibile, io sarei troppo impegnato per uscire dalla stanza, persino se qualcuno suonasse alla porta per sbaglio»
Lo dissi con un tono casuale, ma la proposta mi uscì carica dei sottintesi che volevo trasmettere. Silvia rimase in silenzio, immobile tra le mie braccia, e quel silenzio mi costrinse a essere ancora più chiaro di quanto avessi previsto.
«Qualsiasi cosa tu vorrai fare, a me andrà bene. Uscire, vedere qualcuno, stare sola»
Pensò a lungo. Quando finalmente rispose, lo fece con una calma che non riuscì a rassicurarmi: «Non ho programmi per venerdì»
«Ok, ok, volevo solo avvisarti! Puoi cambiare idea anche all’ultimo momento. Io sarò rintanato in ufficio, indipendentemente da quello che farai»
Sorrisi e la baciai lievemente sulle labbra. Lei accolse il bacio ma non rispose. Continuammo a rimanere abbracciati in silenzio, perché non serviva altro: il mio sesso, appoggiato tra le sue natiche, inviava un messaggio che nessuna parola avrebbe potuto spiegare meglio. Rimase immobile e mi lasciò continuare con le carezze.

Nei giorni seguenti non tornammo più sull’argomento. Eppure, la proposta rimase tra noi, silenziosa e presente, come un oggetto lasciato in mezzo alla stanza. Il venerdì arrivò con una naturalezza crudele. Eravamo entrambi rientrati dal lavoro quando Silvia, all’improvviso, disse che sarebbe uscita. Io sentii una fitta di delusione, anche se non avrei saputo spiegare se sperassi davvero che portasse qualcuno in casa o se, al contrario, ne avessi paura.
Le ricordai che sarei rimasto nello studio, come le avevo detto. Lei annuì senza particolare enfasi, poi mi seguì in camera quando le chiesi se potessi aiutarla a scegliere cosa indossare. Fu un gesto piccolo, ma per me significò molto: la possibilità di partecipare, almeno da lontano, a una libertà che continuava a sfuggirmi.
Le proposi un abito sobrio, elegante, con qualcosa di scuro sotto, una scelta abbastanza discreta da poter sembrare innocente e abbastanza studiata da parlare anche a me. Silvia ascoltò, poi aprì un cassetto e tirò fuori un completo che le avevo regalato tempo prima, più audace di qualunque cosa avessi immaginato di suggerirle.
Me lo mostrò senza sorridere, come se stesse chiedendomi non un parere estetico, ma il permesso di attraversare un confine. Rimasi colpito dalla sua decisione. Silvia era sempre stata riservata, quasi prudente nel modo di esporsi. Ora sembrava voler misurare la mia resistenza, capire fino a che punto sarei riuscito a guardarla andare via senza trattenerla. Raschiai quel che mi rimaneva nella gola e approvai.
«Penso sia perfetto»
Dentro di me, però, non sapevo più se stessi guidando quel gioco o se fosse lei a guidare me. Forse entrambi credevamo di avere il controllo; forse, più semplicemente, stavamo entrando nello stesso labirinto da due porte diverse.
Mi sembrò che la nostra relazione fosse arrivata a un punto decisivo. Prima c’erano state le serate libere, nate come semplice spazio personale e diventate col tempo un territorio di omissioni. Poi era arrivato Luca e il mio bisogno di intervenire nei dettagli: gli abiti, i profumi, i piccoli segnali che lei avrebbe portato con sé fuori casa. Infine il lago, l’incontro con Marco e Cinzia e la loro sessualità aperta e artistica. Da quel momento la mia libido aveva preso velocità: i suoi racconti veri o inventati, il tradimento vissuto in modo abusivo … mancava solo un ultimo passo: non limitarmi più a immaginare, ma diventare parte consapevole di ciò che accadeva. Sperai che quella sera fosse l’inizio di quel passaggio.
Silvia sembrava più tesa di me, come se anche lei stesse uscendo da una zona protetta senza sapere che cosa avrebbe trovato dall’altra parte.
Quando si preparò, la stanza cambiò atmosfera. Volli che rimanessi a farle compagnia. Ogni gesto sembrava deliberato: lo smalto scuro, l’abito scelto con cura, quei sandali neri che avevano per me un valore quasi simbolico, perché mi riportavano alla nostra prima notte insieme. Silvia non sceglieva mai a caso, voleva evocare quel ricordo. Mi stava dicendo che quella notte mi avrebbe tradito, come aveva fatto allora col suo ragazzo.
La aiutai con una premura che aveva qualcosa di rituale, trattenendo l’impulso di chiederle dove sarebbe andata, con chi, e soprattutto se avesse davvero intenzione di tornare a casa con qualcuno. Poco prima di uscire volle colpirmi con un ultimo fendente, il più profondo.
«Aiutami a toglierlo»
Una mano si accaniva sulla fede, la aiutai a sfilarla e la deposi nel cestino. Lei mi baciò con passione, strappandomi una parola che era sua: «Ti amo»
Lei fece eco, straziandomi il cuore con un dolore sublime: «Ti amo. A dopo»
Uscì, salendo su un’auto che l’aspettava con il motore acceso. Annotai la targa quasi senza pensarci. Era un gesto piccolo, meschino forse, ma in quel momento mi parve l’unico modo per conservare un appiglio dentro una situazione che stava sfuggendo a ogni controllo.
Cenai in fretta e poi mi chiusi nello studio. L’immagine di Silvia che usciva vestita in quel modo continuava a tornarmi addosso con una forza quasi febbrile. Avrei dovuto lavorare, ma non riuscii nemmeno ad aprire una pratica. Cercai distrazione online e finii in una sex chat con una ragazza. La certezza che Silvia non sarebbe stata al gioco mi spinse a cedere alle sue proposte commerciali.
Poco prima di mezzanotte ero ancora nello studio, ormai convinto che Silvia avrebbe trascorso la serata altrove. Poi sentii la porta d’ingresso aprirsi. La sua voce arrivò dal piano di sotto, accompagnata da una risata maschile. Rimasi immobile. Riconobbi il rumore dei tacchi sul pavimento, poi il suono della musica che lei accese subito dopo. Era una compilation che associavo ai nostri momenti più intimi, e non capii, per la seconda volta in poche ore, se fosse un caso o un messaggio deliberato. Dal piano di sotto arrivavano rumori ordinari — bicchieri, passi, sedie appena spostate — e proprio quella normalità rendeva tutto più difficile da sopportare.
Li sentii parlare a lungo, senza distinguere le parole. La voce di Silvia aveva un calore che conoscevo e che, in quel momento, mi sembrò rivolto a qualcun altro con una naturalezza insopportabile. L’uomo rispondeva piano, con toni bassi, sicuri. A tratti arrivavano pause più lunghe, fruscii, piccoli spostamenti nello spazio. Mi alzai più volte dalla sedia con l’impulso di uscire dallo studio e scendere, ma ogni volta mi fermai. Avevo promesso che sarei rimasto lì. Forse Silvia mi stava mettendo alla prova; forse era proprio questo il patto implicito che avevo chiesto senza avere il coraggio di comprenderne il peso.
Dal piano terra giunsero rumori sempre meno decifrabili. La mia immaginazione riempiva ogni vuoto, costruendo scene che forse non corrispondevano a nulla e che tuttavia mi ferivano come prove. Il tavolo si mosse, una sedia strisciò, poi la musica coprì quasi tutto. Mi accorsi che il confine tra ciò che ascoltavo e ciò che inventavo si era dissolto. Non ero più un testimone: ero prigioniero della mia stessa fantasia.
La tensione era insostenibile. Cercai di restare fermo, di non concedermi nemmeno il sollievo di trasformare quell’attesa in qualcosa di fisico. Volevo conservare ogni sensazione, ogni punta di gelosia, ogni frammento di umiliazione, come se solo così potessi capire davvero che cosa desiderassi. Ma la carne presentò il conto, la pulsione causata da quello che si stava svolgendo al piano di sotto era troppo forte, e capitolai come un giocatore che si fa male durante il riscaldamento prima della partita. E così fu.
Il tempo di ricompormi e percepii che i rumori erano cambiati. Ci fu un momento di quiete, poi un’altra sequenza di suoni soffocati, più vicini al salotto. Silvia sembrava lasciarsi andare, riconobbi i gemiti dell’amplesso, del suo piacere, e io rimasi in ascolto con la testa piena di immagini che non riuscivo a respingere. Ero escluso, confinato nel mio studio come avevo chiesto io stesso, eppure quella esclusione bruciava più di quanto avessi previsto.
Passarono quasi due ore prima che sentissi l’acqua scorrere in bagno. Poco dopo la porta d’ingresso si aprì e si richiuse. La musica tacque. Silvia stava salendo le scale. Mi alzai dalla poltrona e la aspettai in piedi, come se dovessi sostenere un confronto e non sapessi ancora quale parte recitare. Quando entrò nello studio, era spettinata, stanca, avvolta da una presenza che non era soltanto sua. Mi avvicinai e la baciai con una passione quasi disperata. Lei mi lasciò fare, seria, silenziosa. Nei suoi occhi c’era una luce nuova, difficile da sopportare e impossibile da ignorare.
Poi disse soltanto: «Questo era reale»
Non aggiunse altro. Non serviva. C’era in quella frase tutta la differenza tra le storie, le provocazioni, le mezze confessioni e ciò che era appena accaduto a pochi metri da me. Eravamo entrambi esausti. Ci addormentammo senza davvero parlarne, come se il sonno potesse rimandare al mattino il compito di dare un nome a quello che avevamo fatto entrare nella nostra vita.
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